Cavada: “Ferma condanna alla violenza sulle donne”

Nella giornata dell’8 marzo voglio alzare la mia ferma voce di condanna verso la violenza contro le donne in ogni sua forma e modalità. Un dramma dalla portata enorme, che non lascia privo di macchia alcun paese al mondo. Superarla è uno degli obiettivi fondamentali per lo sviluppo sostenibile del nostro territorio.

In particolare, però, voglio soffermarmi sulla condizione della figura femminile in alcuni paesi del mondo dove tali violenze sono tollerate se non addirittura permesse dallo stato; è un tentativo di infrangere questo silenzio per essere in prima linea contro gli abusi e l’impunità del colpevole.

L’Afghanistan è uno dei posti al mondo più pericoloso per le donne. Emblema è la tragica vicenda di Bibi Aisha, che all’età di 12 anni è stata data in sposa a un uomo molto più vecchio, che l’ha picchiata sin dal primo giorno. Quando ha tentato di fuggire il marito, assieme ad altri uomini, l’ha portata sulle montagne e le ha tagliato naso, orecchie e capelli.

In Indonesia vigono una miriade di leggi discriminatorie, che vanno dal divieto di ballare all’uso obbligatorio di indossare il velo e, nonostante il governo si professi contrario al femminicidio e alla violenza sulle donne, non ha compiuto finora sforzi concreti per porvi rimedio.

La Malesia, considerata un Paese musulmano moderato, ha condannato a frustate pubbliche una fotomodella denunciata da un congiunto per aver osato bere una birra.

La Riforma della Costituzione del 2014, in Egitto, garantisce sulla carta la parità di genere, ma siamo ancora lontani da un’applicazione pratica della legge nella vita quotidiana. Questo infatti è uno dei Paesi in cui maggiormente donne e ragazze vengono sottoposte alla mutilazione genitale (voluta dalla famiglia).

E’ noto da anni che nella Repubblica del Congo, paese che ha vissuto una storia recente fatta di sanguinose guerre civili, lo “stupro di guerra” sia una pratica estremamente diffusa. Solo nel 2018 si stima che siano state violentate 2600 donne da parte di gruppi paramilitari e di ribelli.

Per quanto riguarda l’imposizione di dettami religiosi nella vita dello Stato, con una severa interpretazioni della Sharia, è tristemente famosa l’Arabia Saudita. La donna non può viaggiare senza il permesso dell’uomo, sposarsi, lavorare ed accedere all’assistenza sanitaria.

E non va meglio nemmeno per la popolazione femminile del Pakistan. Le dichiarazioni del presidente pakistano del Consiglio di ideologia islamica (Cii), Mualana Sherani fanno rabbrividire: ”picchiare in modo delicato” la propria moglie non rappresenta una violenza, ha sostenuto. “(…) è lecito colpirla con qualcosa di leggero, come un fazzoletto, un cappello o un turbante, ma non va colpita sul volto o sulle parti intime”.

L’Unicef riporta che in Bangladesh, India, Libano le donne vengono uccise per salvaguardare l’onore della famiglia. Per qualunque ragione: presunto adulterio, relazione prematrimoniale (con o senza rapporti sessuali), stupro subìto, relazione disapprovata dalla famiglia sono motivi sufficienti per giustificare il ricorso alla violenza sulla donna.

E la lista potrebbe andare avanti ancora molto.

Alla luce di tutto ciò, mi sento in dovere morale di condannare con fermezza tali drammatiche situazioni e ritengo doveroso che una nazione civile come l’Italia si adoperi affinché questi paesi si impegnino senza scuse a tutelare la loro popolazione femminile.

Cons.re Provinciale
Gianluca Cavada